Drop by drop – rassegna di musica indipendente al Backflip Record Store, Milano

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Articolo di ElleBi

Drop by Drop è una rassegna di musica indipendente fatta di concerti e presentazioni in un negozio di vinili che parte a dicembre, per tre domeniche consecutive (4,11,18), dalle 18.30 alle  20,00 e ad ingresso gratuito.
Il tutto è nato da un incontro casuale e fortunato fra Backflip Record Store – negozio di vinili, libri e musicassette di Milano – ed Eleonora Montesanti – blogger musicale e organizzatrice di concerti. Da subito alla squadra si è aggiunta Deborah Foti, speaker, autrice e aspirante giornalista musicale, che aiuterà ad entrare nel mondo degli artisti, non solo con la musica, ma anche con le parole.

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Ho il tuo amore che mi protegge

San Cristobal, Cile, primavera 1966

“San Miguel davanti, San Miguel dietro.
San Miguel a destra, San Miguel a sinistra.
San Miguel sopra, San Miguel sotto.
San Miguel, San Miguel, ovunque io vada, ho il tuo amore che mi protegge.
San Miguel, San Miguel, ovun-”

“Mamma, che stai facendo?” chiese Manuel dopo aver aperto la porta di casa e aver trovato sua madre intenta in qualcosa che somigliava ad un vero e proprio rito, con una foto di quando era bambino stretta tra le mani.

Lei alzò lo sguardo, severa e sconsolata, con l’aria di chi era stato interrotto in un momento davvero importante e, dopo essersi alzata da terra ed essersi tolta il velo che le copriva la faccia, rispose, guardando negli occhi il Manuel della foto: “Sto chiedendo l’aiuto di San Miguel, hijo mio. Ormai è l’unico che ci può aiutare.”

Il giovane conosceva fin troppo bene la fissazione di sua madre; aveva una gran voglia di tornare a giocare a calcio coi suoi amici, ma, dopo essersi tolto le scarpe e la polvere dai pantaloni, fece un respiro lungo, le si avvicinò e le pose una mano sulla spalla: “Siamo negli anni Sessanta, mamma, gli anni del boom economico e del rock’n’roll, ormai non dovremmo più credere alle maledizioni!”

“Hijo mio, non parlare così: tu sei maledetto. Lo sai. E’ stata quella donna tanti anni fa. Tu non eri ancora nato. Ero l’amante di suo marito, tuo padre e, quando lo scoprì, quella strega venne a casa nostra, con la rabbia che le colorava le labbra di viola, e-”
“E gridò: che sia maledetto il frutto del vostro amore sporco e malvagio!”
Manuel sbuffò: “Su, mamma, questa storia me l’hai già raccontata tante volte. Eppure, ho ventidue anni, sono sano come un pesce e non mi è mai capitato niente di grave. Come la mettiamo?”

Nonostante l’ennesimo tentativo del ragazzo di rassicurare la donna, una ragazza madre che la vita aveva fatto invecchiare troppo in fretta e che aveva reso vittima della superstizione, lei scoppiò in lacrime: “La verità, hijo mio, è che c’è dell’altro. Non ti ho raccontato tutto.” Mentre parlava tra i singhiozzi, si faceva compulsivamente il segno della croce: “Quella strega mi ha detto che tu non avresti mai conosciuto l’amore. Oh, hijo mio, mi dispiace così tanto! E’ tutta colpa mia, hijo mio!”

Manuel iniziò a spazientirsi. Anzi, sentì che pian piano il sangue gli saliva dai piedi e si concentrava sulla fronte, pulsando nelle tempie: “Stai dicendo che, secondo te, io non sono capace di amare?”, urlò.
Mai prima di quel momento aveva sentito così tanta nostalgia di un fratello, o una sorella, o quantomeno un padre con cui spalleggiarsi e confidarsi. Sua madre non lo aveva mai compreso: ossessionata com’era da quella maledizione, le uniche cose di cui le importava era vederlo camminare sulle sue gambe e trovargli una buona moglie. Non aveva mai preso in considerazione i suoi sentimenti, i suoi desideri, le sue volontà. Queste ultime, soprattutto, non contavano niente: ogni successo, ogni risultato che Manuel aveva ottenuto era il frutto delle sue notti passate a pregare.

“Allora? Stai dicendo che io non sono capace di amare?” tuonò Manuel di fronte al silenzio di Inés, che nel frattempo si era appoggiata con entrambe le mani a una sedia, perché le tremavano le gambe.
“Hijo mio, ti ho presentato tutte le donne del paese. Non sei riuscito a tenertene nemmeno una. Neanche quel dolce fiore di Clara, riposi in pace: per te avrebbe dato la vita. Forse è per questo che è morta. Non credi?”
“Mamma, cristo santo! Clara è morta durante un’epidemia di meningite.”
“Non bestemmiare, Manuel. Ho sempre fatto così tanto per te. Ho dedicato la mia esistenza alla Madonna solo per farti avere una vita serena. Non rovinare tutto!”

Manuel sentì gli occhi bagnarsi di lacrime. Non aveva mai provato niente del genere, non si era mai sentito così sballottato da una parte all’altra da sentimenti di rabbia e delusione. Non poteva credere che sua madre, che rappresentava tutta la sua famiglia, potesse essere così accecata e impoverita dai suoi preconcetti da accusarlo addirittura della morte di qualcuno. Questo pensiero gli diede la forza di dire una cosa che si teneva dentro da anni: “Madre, sei tu la mia maledizione. Sei tu che non mi hai mai fatto conoscere l’amore.”

Prima che la donna potesse controbattere, Manuel si infilò le scarpe senza allacciarle e uscì, sbattendo la porta.

 

Santiago de Chile, estate 1972

“Nei tuoi occhi sento un tepore
quando il giorno va declinando
e canto per te con la mia voce di colomba
come se avessi l’anima tutta in fiore.”
“Manuel, ti piace proprio quella canzone di Victor Jara, vero? La canti in continuazione.”
“Emilio, da quando me l’hai presentato alla festa all’Universidad de Chile in onore del presidente Allende, non riesco a pensare ad altro. E’ stata una folgorazione.”
Emilio gli prese una mano e gli baciò il polso, poi, con gli occhi illuminati, disse: “Mi amor, non avevo nessun dubbio, sai? Sei la persona più passionale e romantica che conosco.”
Lo sguardo di Manuel si incupì, al contrario di quel che si aspettava Emilio: “Ho detto qualcosa di sbagliato?”

Manuel smise di tagliare i pomodori e andò a sedersi sul divano. Si avvolse le ginocchia con le braccia e disse: “No, Emilio. Quel che mi hai detto, però, mi ha fatto pensare a mia madre. Sono sei anni che non la sento. Ti ho mai detto che, per certi versi, è merito suo se tu ed io ci conosciamo? Se non avessi voluto con tutto me stesso contrastare la superstizione che aleggiava sulla mia vita, non mi sarei mai iscritto alla facoltà di fisica.”
Emilio si avvicinò e, senza troppi preamboli, disse: “Mi amor, stasera partiamo per San Cristobal. E’ ora che io conosca le tue origini.”

Manuel andò in panico. Lo si capiva dalla forza con cui si stringeva le gambe, le sue nocche erano diventate bianche.
“No, lo sai che col passato ho chiuso. Prima dicevo così, tanto per dire…”
“Insisto, Manuel, sono un italiano dall’animo testardo e rivoluzionario, lo sai che è difficile farmi cambiare idea.”, e così dicendo Emilio si diresse in camera con l’intento di preparare un borsone.
“Non quanto a mia madre.”, rispose Manuel sarcastico.
“Dai, Manuel, non sei curioso di scoprire qual è il santo che guarisce dall’omosessualità?”
I due scoppiarono a ridere e Manuel capì che insieme ad Emilio, forse, avrebbe potuto farcela.

L’indomani partirono quando era ancora buio. Manuel non aveva chiuso occhio, ma cercava di camuffare l’angoscia rivolgendo piccoli sorrisi a Emilio che, mani sul volante e sguardo sulla cartina, canticchiava una canzone di Victor Jara, la preferita di Manuel. Dopo un’ora di viaggio, quest’ultimo, esausto, si accoccolò sul sedile, pensando a quanto amava quell’uomo e a quanto era fortunato perché grazie a lui aveva scoperto che cos’era una famiglia.
Così, proprio mentre si addormentava decise che sua madre meritava un’altra possibilità. Forse qualcosa cambiò sul suo viso, perché Emilio sorrise, gli prese la mano e sussurrò: “Sogna, mi amor, sogna fino a che non respirerai.”

Il tuo sguardo bacia la mia bocca dello stomaco

[Colonna sonora necessaria: L’Introverso – Stomaco]

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Qualche tempo fa un caro amico mi ha chiesto quali fossero le cose che mi mordicchiano lo stomaco, che me lo stringono, sprigionando una miscela di sensazioni al contempo dolorose e irrinunciabili, come potrebbe esserlo l’ultimo bacio prima di salutarsi, quando ci si saluta con un sorriso e con le lacrime che pungono gli occhi.

E allora ho scritto un elenco, un elenco che mi piace rileggermi ogni tanto, perché mi ricorda quanto è importante fidarsi del proprio stomaco per capire cos’è che, in fondo, conta davvero:

La gioia incontenibile del mio cane quando ritorno da un viaggio.

Mia nonna che si mette il rossetto solo nei giorni importanti in cui per qualche ragione è orgogliosa di me e, visto che non ha il coraggio di dirmelo, me lo fa capire così.

Gli ultimi dieci minuti de Il postino di Massimo Troisi. Ma anche gli ultimi dieci minuti di molte altre cose.

Mio padre che si stira le camicie guardando video tutorial su youtube.

Tutte quelle storie di animali che vengono salvati, che riscoprono la libertà, che annusano l’aria o zampettano su un prato per la prima volta nella loro vita.

Percepire negli occhi degli altri un senso di gratitudine sincera.

Le persone che si commuovono e cercano di non mostrarlo.

Il momento in cui capisco che una persona mi sta dando la sua totale fiducia.

Le piante secolari con i tronchi giganteschi.

I gesti di amore e amicizia senza aspettarsi né volere nulla in cambio.

Gli abbracci lunghi e stretti, in piedi.

Gli abbracci e i baci durante i concerti.

Ogni volta che mi accorgo che il caso non esiste. Ogni volta che i tasselli si uniscono con naturalezza e senza forzature. Ogni volta che tutto corrisponde a tutto. Riesco a non dare niente per scontato, grido al miracolo forse un po’ troppo spesso, ma sorprendermi è una sensazione che mi fa sentire viva davvero.

Di conseguenza, le persone che si lasciano sorprendere. I loro occhi brillanti. (Sempre gli occhi.)

Le mani dei musicisti. Soprattutto quando sono piene di calli o sanguinano perché hanno suonato troppo.

Ma anche le mani sporche e rovinate delle persone che fanno lavori manuali.

Ian Curtis che balla.

Le persone timide che si sciolgono ai concerti, la loro gestualità a metà tra l’essere impacciati e il lasciarsi andare.

Tante canzoni nella loro interezza, soprattutto per le combinazioni di parole e melodie.

Tante canzoni nei dettagli, per un abbassamento di voce inaspettato, per un gioco di suoni disposti in maniera particolare, per un decimo di secondo di pura perfezione soggettiva. A volte sento fitte alle viscere così forti che ho bisogno di piegarmi, con una mano sulla pancia, quasi per proteggermi. E’ bellissimo.

La storia di chi ce la mette tutta o addirittura si immola per migliorare qualcosa che riguardi la collettività, nella propria situazione e con i propri mezzi, senza scendere a compromessi mai, neanche a costo della propria vita. Che forse suona un po’ qualunquista, come concetto. Ma se facessi un elenco dettagliato sarebbe interminabile. Posso fare dei nomi: Salvador Allende, Peppino Impastato, Ilaria Alpi, Vittorio Arrigoni. Ma ce ne sono tantissimi.

I partigiani, ormai molto anziani, che raccontano le loro storie con gli occhi lucidi.

Le feste di Natale o di compleanno nelle case di riposo, dove si vedono i vecchini ben vestiti e pettinati e le vecchine ingioiellate e truccate per l’occasione. Un misto di tenerezza e amarezza.

Il mio cane che, quando piango, se ne accorge e viene ad acciambellarsi sulle mie ginocchia.

Osservare le persone che amo mentre dormono.

Trovare mia madre addormentata sul divano quando voleva aspettarmi sveglia.

I momenti di forte empatia. I “lo capisco” sinceri e reali.

A volte mi commuovo guardando le mie persone importanti alle prese con i gesti più semplici. Tipo mangiare con gusto, stendere i panni abbinando le mollette, provarsi un paio di scarpe nuove, leggere un libro con concentrazione e la faccia corrucciata.

I bambini piccoli che mangiano educatamente con le posate cinque volte più grandi delle loro mani.

Il secondo bacio. Che mi emoziona sempre più del primo.

Il quadro “Il letto volante” di Frida Kahlo. Tutta la sua storia. La sua determinazione e il suo coraggio. Il suo busto di gesso dipinto.

Cantare a squarciagola in macchina, con l’aria in faccia.

Le migliaia di persone che urlano “Io non tremo. E’ solo un po’ di me che se ne va.” ai concerti degli Afterhours.

Lettera d’amore al mio cane

Caro Neruda,

il primo ricordo che ho di te è dentro a una gabbia, magro e con gli occhi velati di tristezza, ma con il muso perennemente fuori, puntato verso l’alto. Per farti vedere da chi passava eri solito battere le zampette sul ferro gelido, in cambio di un saluto o una carezza.
Non sono stata io a sceglierti, ma un concatenamento di coincidenze ha voluto che fossi proprio tu il mio primo cane, quello che ho desiderato con ostinazione per quasi vent’anni.

E, nonostante il tuo brutto passato fatto di abbandoni, gabbie e chissà cos’altro, ci hai impiegato un secondo a regalarmi tutta la tua fiducia.
Nel corso degli anni abbiamo fatto ogni cosa insieme. Hai scodinzolato con me in tutti i momenti felici, ti sei acciambellato sulle mie ginocchia per leccarmi via le lacrime, hai affrontato tutte le tue paure solo per potermi stare accanto, mi hai reso meno chiusa e più affettuosa nei confronti del mondo, mi hai insegnato cosa significa prendersi cura di qualcuno.
Ci siamo adattati l’uno alla vita dell’altro, incastrati come due pezzi di puzzle, condividendo le sensazioni e le emozioni più profonde che abbia mai provato, amandoci intensamente e diventando una cosa sola. Una creatura con sei zampe e una coda.

Insieme abbiamo fatto più di ottomila passeggiate che, se le unissimo, si potrebbe dire che abbiamo girato una buona fetta di mondo.
Renderti felice è molto facile: basta cambiare strada rispetto al solito percorso quotidiano per trasformarti in un piccolo annusante esploratore, o un cenno per poter salire sul mio letto alla mattina e dormire sotto al piumone fino a tardi, o un biscotto o una carezza dati al momento giusto.
Renderti felice è una delle cose più belle che possa fare, soprattutto adesso, che ti sto accompagnando incontro alla fine.

La forza con cui ogni giorno affronti il male che ti affligge e che corre troppo in fretta verso un declino inesorabile è la prova d’amore più grande che qualcuno abbia mai combattuto per me.
E starti accanto e proteggerti, cercando di farti soffrire il meno possibile, è il mio compito, fino all’ultimo respiro.
Scusami, dunque, se ogni tanto mi ritrovi a piangere in qualche angolo della casa, o se mi vedi guardarti con gli occhi tristi, ma sei tu la parte migliore di me, quella più forte, quella che non si arrende.

Vorrei solo un ultimo enorme sforzo da parte tua, Neruda: io non sarò mai pronta a perderti, mai, ma ti prego, fammi capire quando sarai troppo esausto.

Grazie, intanto, per tutto ciò che siamo stati, siamo, e saremo. Per sempre.

nerudino

Intervista a Eleonora, music blogger.

Italy by Italians.

 Perché intervistare una music blogger?

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Perché il “music blogger” è una professione nuova e, per questo, difficile da spiegare; perché rappresenta un’opportunità per unire molte capacità e passioni in un solo mestiere, cosa unica e rara; perché un music blogger è un piccolo artista, la cui creatività è celata dall’etichetta di “addetto ai lavori”; perché in tutte le riviste si parla del blogger come della figura professionale del futuro…

Ed è per questo che ho deciso di scoprire chi sono i pionieri che, come Eleonora, hanno deciso di dedicarsi, professionalmente parlando, ai retroscena del panorama musicale.

Perché intervistare Eleonora Montesanti? Perché Eleonora, 26 anni, prima di essere “qualcosa”, scrive; perché il suo blog, direttissimaltrove.wordpress.com, ha catturato la mia attenzione per la cura con cui si fondono insieme diverse realtà, quella della letteratura e quella della musica. Eleonora è un’osservatrice e un’ascoltatrice; ed è proprio questa sua caratteristica, insieme alla passione…

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Requiem per la fragilità

[Colonna sonora consigliata: Giuliano Dottori – Catene e gioie fragili]

05 Nudo di spalle matita

Chiara era una donna in bilico, sempre lì, scomodamente appoggiata con la punta delle dita sul filo dell’approvazione. Quest’ultima, infatti, era l’unica cosa che riusciva a farla reggere in piedi. Non erano né le proteine, né i carboidrati, né gli zuccheri, non era nemmeno l’amore, era quell’irrinunciabile dipendenza dall’accettazione che, nel suo universo di catene e gioie fragili, rappresentavano il suo cielo e le sue nuvole, la sua lucidità.
Con la stessa rapidità con cui un tappeto di sabbia assorbe l’acqua su una spiaggia sarda il 15 di agosto, Chiara succhiava la positività che aveva intorno; si dissetava, certo, ma se ne dimenticava subito e, dopo un attimo, aveva di nuovo sete. Era un po’ come mettere delle monete nelle sue tasche perennemente bucate: la sensazione di conquista finiva nel momento in cui le monete rotolavano dietro ai suoi passi.

Capitava spesso, dunque, che Chiara cadesse. Magari da un marciapiede durante un temporale, o in un silenzio profondo, o, più probabilmente, in un amore sbagliato e consumato in fretta come succede con le candele più tozze, quelle che sembrano accoglienti e durature, ma che in realtà sono una fregatura perché hanno lo stoppino troppo corto.
L’incapacità di sopravvivere da sola era da sempre il suo alibi, il suo odiarsi con candore, il suo arrendersi alla dea fragilità.

Un giorno Chiara sentì l’urgenza di ulteriore buio: aveva bisogno di toccare il fondo. Così si mise a passeggiare dentro a un bosco, in solitudine, in equilibrio tra la sua dignità e la sua infinita decadenza. La verità, però, era che aveva paura. E allora decise, come le aveva insegnato la favola di Hansel e Gretel, di disseminare la sua strada con delle briciole, di modo da avere (tutte le volte che ne avesse sentito il bisogno) l’opportunità di girarsi e intravedere quella luce fioca che rappresentava la sua esistenza.
Arrivata a metà percorso, però, si rese conto che la tasca dei jeans dove aveva messo le briciole era bucata, come al solito, e che le aveva perse tutte. Chiara brancolava nel buio, completamente sola e smarrita. A quel punto aveva solo due possibilità: tornare indietro e rifugiarsi nel primo abbraccio che le fosse capitato a tiro oppure andare avanti, solo con le sue forze, cercando di arrivare ad abbracciare l’orizzonte. Neppure lei seppe il perché, ma si ritrovò a continuare a camminare, spingendo aria, energia e vita come mai aveva fatto prima di allora.
Pian piano si abituò al clima glaciale del bosco e, addirittura, iniziò a piacerle l’idea di specchiarsi nei rigagnoli d’acqua, di guardarsi e di percepire la sua bellezza.
Non fu facile tornare a casa, ma la morbida e dolce concretezza di quel viaggio la rassicurò e le diede il coraggio per provare a radicare il suo nuovo amore verso se stessa anche nella quotidianità.

Dance. Dance. Dance.

Balla.
Balla.
Balla.
Perché questo mondo è solo tuo.
Balla.
Balla.
Balla.
Se lo cerchi, c’è.

Come la puntura di un’ape.
La difesa.
L’apice.
La morte.

Non puoi andare avanti così in eterno.
E’ l’unica cosa di cui sei sicuro.
Ma c’è una via d’uscita?
Continuare a danzare.
Per quanto limitato sia,
è la tua chiave per abbandonare questo carcere,
per farlo tutte le volte che vuoi.

Balla.
Balla.
Balla.
Perché questo mondo è solo tuo.
Balla.
Balla.
Balla.
Se lo cerchi, c’è.

Come la puntura di un anestetico.
L’indolenza.
Lo stordimento.
La pace.

Ti escludi da qualsiasi prospettiva futura.
La prossima guerra non è ancora scoppiata.
Ma cosa devi fare allora?
Continuare a danzare.
Finché ci sarà musica,
puoi cedere alla natura umana, col tuo corpo inadeguato,
per ballare insieme alle onde in questo vento di tempesta.

Perché questo mondo è solo tuo, se lo cerchi c’è.

Di fiducia e di mattoni.

[Colonna sonora consigliata: La domenica c’è il mercato – Fine before you came]

Eccomi qui, seduta a terra, in mezzo a una stanza vuota che adesso sembra enorme. Tutta la mia vita è ammassata confusamente dentro ad una scatola che, una volta svuotata, non riempirà neppure un armadio. Guardo le pareti. Di così fredde e così spoglie non ne avevo mai viste. Il bianco riflette la luce e, come accade quando i raggi del sole si riflettono nella neve, mi fanno male gli occhi. Li chiudo e mi abbraccio le ginocchia, pensando a tutte le volte che ho sognato di andarmene da qui. Soprattutto perché non c’è traccia di te in questo posto. A dire il vero non c’è traccia di te nemmeno in quella scatola, se non fosse per quel post it arancione, ormai consumato, dove io stessa ho scritto in uno stampatello veloce e asciutto: fidati di lui.

E allora penso alla fiducia come a un posto dove abitare. Fatico sul serio a fidarmi degli altri, anzi, non sono neanche sicura di essermi mai affidata totalmente a qualcun altro, nella mia vita. Non sono nemmeno certa che, in un determinato periodo, aggrapparmi a queste quattro mura, credendo di proteggermi, sia stato un atto di fiducia nei confronti di un luogo che, più per abitudine che per altro, ho sempre chiamato casa.

Non sono mai stata in grado di rimanere ferma. Ferma in un luogo, ferma con la testa, ferma insieme ad una persona. Eppure, adesso, io non me ne andrei.

Perché rincorrere l’aria, le parole, le idee liquide, i castelli in aria e gli amori impossibili è facile come sorridere alle persone in un giorno di sole, quando non c’è bisogno di lasciare tracce indelebili e si può scomparire in un attimo. Ma poi ci sono i cambiamenti, quelli da costruire coi fatti e coi mattoni. Quelli che, seppur tanto desiderati, fanno davvero paura.

Mi alzo, guardo fuori dalla finestra e penso che forse alla fine qui non è così male, c’è il mercato la domenica.
Ma è finito il tempo.
E’ ora di andare.

Nessuno perde sempre.

Colonna sonora consigliata: La voce del silenzio – Diodato, Manuel Agnelli.

Lo so che tu alle parole preferisci i fatti, ma mi piacerebbe per una volta farti capire che le due cose possono coincidere. Ogni parola, alla fine, è una scelta importante.

E dunque siamo qui, io e te, in una sera qualunque, seduti su un divano a guardarci negli occhi, a sfiorarci le guance con la punta delle dita, a brindare al nostro futuro incerto, per il momento accomodato in due calici di vino frizzante.
Ho detto nostro. Sì. Te l’avevo detto che le parole sono importanti.
Ma non ti spaventare. Lo sai che, esclusi i ragni e gli aeroplani, ho molta più paura di te. In questo ho un vero proprio talento.
Ho detto nostro perché tutte le volte che uno di noi due pronuncia questa parola mi si stringe lo stomaco.
Fatto.
E’ che è difficile frenare l’entusiasmo. Quell’entusiasmo inebriante e impaziente che si fa largo con prepotenza ad ogni nuovo inizio.
Lo conosci, no?

“Ah, si vivesse solo di inizi…” Niccolò Fabi ci ha persino scritto una canzone. Una canzone fatta di parole meravigliose.
Che poi lo so che in realtà questo costruire non è affatto un rettilineo. Ma neanche una strada a curve, eh. E’ proprio un garbuglio di spigoli in cui si rischia di bruciare le tappe in un falò di fatti e parole dove, in mezzo a tutto quel fumo, ci si studia e ci si improvvisa acrobati, cercando di non scegliere sempre l’instabilità che piace tanto ai funamboli, o quel modo tutto speciale di auto-boicottarsi, triste come la faccia di un clown.

L’altra cosa è che so è che da quando mi sono resa conto che esisti la mia vita è un po’ diversa. Mi è capitato lo stesso cosa quando ho letto il primo capitolo de “La casa degli spiriti” di Isabel Allende, quello in cui Clara, la protagonista, decide di diventare muta e sceglie di smettere di comunicare con le parole, in favore dei fatti (e di un block notes pieno di cancellature).
E’ una cosa che ho sempre sognato di fare. Ma con il tempo, poi, ho imparato che l’idea che le persone preferiscano i gesti concreti alle parole non è sempre vera. Anzi.
La cosa importante, ad ogni modo, è che ho sentito nel profondo dell’anima di avere una possibilità.

Mi ricordo bene la prima volta che ci siamo visti, sai? Ho soffocato a lungo il fatto che fosse stato un momento importante, sostanzialmente perché ci metto una marea di tempo a dirmi quello che sento. Però, intanto, le parole correvano sempre verso di te, in maniera instancabile e incessante. E allora l’ho capito, era una mattina di fine estate, i nostri sguardi si sono incrociati per uscire dalla traiettoria di un antipatico raggio di sole e ad un certo punto il mio raziocinio si è finalmente placato (pensieri) e ha lasciato fuoriuscire tutto quel volerti bene a prescindere che avevo lì, in mezzo al cuore, pronto ad esplodere (fatto).

Chissà se te ne sei accorto.

Guardandoti con la coda dell’occhio in questo istante mentre ti batti la mano sulla coscia al ritmo di una ballata che parla di un eterno viaggio alla ricerca di se stessi mi sembra di sì.

E allora sorrido.

Sorrido perché adesso siamo qui, perché lo hai deciso, perché mi stai accanto con orgoglio, perché ora non c’è bisogno di dire proprio nulla, perché i fatti sono importanti, perché alla fine hai sempre ragione tu.

Pattini a rotelle.

Colonna sonora consigliata: My body is a cage – Arcade Fire


Ultimo anno di scuole superiori, prime due ore del venerdì mattina, educazione fisica.
Ho odiato poche cose con assoluta costanza.
L’educazione fisica, tra queste, sta indubbiamente al primo posto.
E’ un tipico venerdì d’inverno quando, dopo il solito strascicarmi infelice dagli spogliatoi alla palestra, vedo l’insegnante con in mano dei pattini a rotelle.
Spalanco gli occhi e tremo all’idea. Come tutte le volte del resto. Perché si tratta di attività che non ho mai svolto, e che, se non fosse per lei, non svolgerei mai.
Ci vuole un’ora buona a convincermi quantomeno a mettermeli, quei pattini. Mi rifiuto di dire il mio numero di scarpe e ciò mi fa sembrare una bambina capricciosa agli occhi di tutti.
Ma me ne frego.
Qualsiasi cosa pur di non provare a superare i limiti che il mio corpo (o sarebbe meglio dire la mia testa) mi impone.

Alla fine cedo, perché la professoressa paonazza mi minaccia, letteralmente.
Dico che ho il 40 di piede, una mia compagna mi porta un paio di roller, li indosso.
Sono il ritratto del disagio.
Mi alzo e mi risiedo.
Per cinque volte.
Mi alzo e cammino rasente al muro.
Faccio cinque giri della palestra in questo modo.
Con la fedele parete accanto inizio a sentirmi addirittura quasi stabile.
Una sensazione di sicurezza primordiale.
L’insegnante mi dice che posso farcela, che la paura è solo nella mia testa e che è fisicamente impossibile non riuscire ad andare in rettilineo sui pattini.
Le credo, mi giro speranzosa verso il vuoto, mi do una spinta e vado.
Faccio uno, due, tre, quattro passi di seguito e mi sento la regina del mondo.
Dopo il quarto passo però succede qualcosa.
Qualcosa di presumibilmente ovvio, di prescritto, presentito e preventivato.
Cado, all’indietro, direttamente sul gomito.
Non so proteggermi durante le cadute.
Non avevo mai sentito un dolore così lancinante in tutta la mia vita.
La professoressa mi propina del ghiaccio spray scaduto da anni e mi intima ad alzarmi e riprovarci, perché non è niente.
Io con il braccio sano mi tolgo quei maledetti pattini, a mo dì gesto anarchico li sbatto a terra e me ne vado rabbiosa al pronto soccorso.
Prognosi: grave distorsione al gomito destro, fasciatura rigida per un mese.
Ma soprattutto esonero dalle ore di educazione fisica per quattro mesi.
Ho vinto.
Ho vinto perché posso passare il resto delle lezioni leggendo romanzi, accovacciata sulla gradinata della palestra, finalmente lontana da un mondo che non mi apparterrà mai.